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Avvistare le balene e scoprire Fraser Island

Potete trovare questo articolo anche sul sito di Touring Club Italiano

Abbiamo preso il nostro camper a metà agosto e in questi incredibili due mesi, abbiamo costruito la nostra rotta giorno per giorno. Sicuramente avevamo ben chiaro alcuni punti della nostra “bucket list”, andare ad Uluru o visitare il Kakadu National park (anche grazie ai suggerimenti del Touring), ma per molto altro ci siamo lasciati ispirare da letture, chiacchierate con altri viaggiatori, o semplicemente seguendo qualche strada che ci sembrava interessante.

Una cosa l’avevamo ben chiara, volevamo vedere le balene che alla fine dell’inverno australe, agosto appunto, iniziano a migrare dalla costa orientale dall’Australia per raggiungere le acque dell’Antartico quando si verifica un’esplosione del krill, di cui questi magnifici animali si nutrono.  Il problema è che la costa orientale dell’Australia è lunga oltre 4.000 chilometri, va dal selvaggio Cape York nell’estremo nord del Queensland fino a sud, a Melbourne e all’Isola di Tasmania. Scegliere dove andare per vedere le balene non è stato facile. Alla fine abbiamo deciso di unire l’avvistamento delle balene con un’altra avventura che ci era stata consigliata da un amico, l’escursione a Fraser Island, la più grande isola di sabbia al mondo, lunga oltre 175 chilometri e che è una delle zone ambientalmente meglio conservate di questa parte di Australia.

COME CAMPEGGIARE IN AUSTRALIA

Ci siamo così diretti verso Harvey Bay la cittadina sulla costa del Queensland di fronte a Fraser e da cui partono tutte le crociere per il “whale watching”. Harvey dopo la fine della caccia alle balene, si è reinventata come centro turistico ed oggi è una classica cittadina costiera con pub, ristoranti ed una miriade di opzioni per pernottare, dall’albergo a cinque stelle, fino alla piccola pensioncina famigliare. Ovviamente avendo noi un camper di sette metri è stato d’obbligo scegliere un campeggio, ma con dodici strutture presenti non era facile decidersi…

Fortunatamente ancora prima di arrivare in Australia avevamo scaricato un’applicazione per il cellulare assolutamente raccomandata a chiunque voglia intraprendere un viaggio on the road in Australia. Wiki Camps Australia è stata fedele compagna di viaggio in quasi tutte le nostre scelte di campeggi, ma anche di semplici aree di sosta in cui fermarci e mai una volta ha deluso le aspettative fornendoci informazioni esatte e precise. Utilizzando Wiki Camps abbiamo quindi scelto di prenotare quattro notti al Torquay Beachfront Tourist Park, una struttura con una cinquantina di piazzole rigorosamente difronte al mare, vicino ad un magnifico pontile da cui abbiamo visto pescare anche alcuni piccoli squali, per lo stupore di tutti noi – un fatto assolutamente normale per le coste australiane.

Qui è doveroso un piccolo appunto sulla scelta dei campeggi, in Australia viaggiare con roulotte tenda e camper è uno stile di vita ovunque si trovano moltissimi campeggi ben attrezzati, ed ognuno può scegliersi lo stile che preferisce, dai grandi campeggi con moltissimi servizi a piccole strutture famigliari di poche decine di piazzole, fino ad arrivare a zone di campeggio libero gestite dalle amministrazioni cittadine. Insomma l’Australia è veramente un Paese perfetto per questo genere di avventura.

WHALEWATCHING DA HARVEY BAY

Solitamente presso la reception dei campeggi sono disponibili informazioni e opuscoli su tutte le possibili escursioni e gli staff sono sempre molto disponibili a consigliarvi e a gestire la vostra prenotazione. L’alternativa è fare un giro presso l’ufficio turistico o alla marina di Harvey Bay dove ci sono i chioschi delle varie agenzie, ma la contrattazione non è nell’animo degli australiani, quindi difficilmente riuscirete ad ottenere qualche sconto, per cui noi abbiamo scelto di prenotare tutto dal campeggio.

Un comodo pick up alle 7 del mattino e un’ora più tardi stiamo salpando dalla Marina di Harvey Bay a bordo della Tasman Venture  insieme ad un’altra cinquantina di persone. Durante la navigazione viene spiegato che l’ampio golfo racchiuso tra Fraser Island e la costa è una nursery naturale per le balene, che in queste acque protette vengono a partorire e ad accudire i piccoli prima di iniziare la lunga migrazione verso sud. Per questo motivo questa zona è uno dei punti migliori di tutta la costa australiana per avvistare le balene, molto spesso impegnate nel difficile mestiere di neo-mamme, che nel loro caso vuol dire anche aiutare i piccoli balenotteri ad emergere per respirare oltre a proteggerli degli squali. Infatti, lì dove ci sono le balene, ci sono anche gli squali, che da buoni opportunisti attendono una distrazione della madre per provare ad attaccare i piccoli.

Fortunatamente non abbiamo dovuto assistere ad una scena così cruenta. Siamo rimasti incantatati dalla danza di questi bellissimi animali: abbiamo avvistato tre distinti gruppi di megattere (in inglese humpback whales) che dopo essere state a rischio di estinzione, oggi sono tra le balene più comuni, con una popolazione numerosa ed in salute. Affascinante vedere la madre porsi tra la nostra barca ed il piccolo, e giusto per essere sicura, venirci vicino e passare sotto lo scafo, per controllare che tutto fosse in ordine.

Siamo rimasti a distanza di sicurezza per dieci minuti e la mamma e il cucciolo sono emersi tante volte per respirare e mostrare le loro grandi code, che quando scomparivano sott’acqua erano sempre accompagnate dai sospiri estasiati di tutti noi turisti, arrivati da ogni parte del mondo per assistere ad uno spettacolo tanto semplice quanto magnifico. Abbiamo poi seguito altri due gruppi, in un caso alcuni giovani maschi ormai svezzati ma non ancora completamente indipendenti, per cui se ne vanno in giro da soli, ma mai troppo lontani dalle proprie madri, ed infine ancora una madre con un cucciolo con un altro giovane maschio, probabilmente figlio della stessa femmina, non più allattato ma ancora legato alla madre, cosa non rara tra questi animali. La mattinata è così scivolata via rapidamente, ed una volta rientrati in porto eravamo impazienti di tornare il mattino dopo per l’escursione di Fraser Island.

FUORISTRADA A FRASER ISLAND

Ancora una volta sveglia di buon’ora, il pick up questa volta è alle 6.30, mezz’ora di traghetto e sbarchiamo su questa immensa isola di sabbia- Fraser Island. L’avventura qui inizia immediatamente, non esistono strade asfaltate, per cui o si viene con i fuoristrada, oppure, come noi, si prenota Fraser Explorer Tours un’escursione di gruppo a bordo di un pullman da 40 posti, modificato per operare sull’isola: ruote grandi, motore potenziato e un’autista dalla guida sportiva. Si parte e si attraversa una foresta di immensi eucalipti e grandi felci, un ambiente subtropicale in cui manca solo qualche velociraptor per sentirsi all’interno di Jurassic Park.

La guida ci spiega che per molti anni l’isola è stata sfruttata per il legname di prima qualità e poi per l’estrazione del silicio, che qui si trova ad uno stato purissimo dato l’isola è in massima parte composta da sabbia silicea. Oggi fortunatamente gran parte dell’isola è parco nazionale, per cui lo sfruttamento delle risorse è ridotto al minimo. Una volta attraversata l’isola si giunge sul lato orientale dell’isola e si accede alla lunghissima spiaggia di oltre 100km che si affaccia sul mar dei coralli. La spiaggia è “l’autostrada” dell’isola, si deve far attenzione alle foci dei vari ruscelli, ma per il resto ogni mezzo può scegliere il proprio percorso.

Emozioni si aggiungono ad altre emozioni quando al largo una grande megattera decide di fare uno di quei grandi salti per cui questi animali sono famosi.

Il pullman si ferma, ci propongono di fare un breve sorvolo dell’isola a bordo di piccoli aeroplani che partono direttamente dalla spiaggia. Ci pensiamo per un momento, il costo non è banale, i bambini però sono emozionati, ci lasciamo convincere. In pochi minuti stiamo decollando dalla spiaggia, sorvoliamo il cuore dell’isola formato da oltre 100 laghi incastonati tra le dune, un’altra delle caratteristiche uniche dell’isola, dall’alto avvistiamo anche qualche squalo che si aggira vicino la costa. Si atterra accanto al relitto della SS Maheno, arenatesi qui negli anni trenta e da allora uno dei punti di riferimento di questa costa.

Risaliamo sul bus e arriviamo a “the Pinnacles” una duna di sabbia solidificata, in cui i vari strati hanno preso colori diversi a seconda dei vari minerali presenti, un altro spettacolo naturale. Risaliamo un tratto dell’Eli Creek il principale torrente dell’isola che nasce da uno dei numerosi laghi interni, le acque sono cristalline dato che risalgono dal sottosuolo attraversando centinaia di metri di sabbia che fungono da filtro naturale. L’ultima tappa è il Lago McKenzie, il più grande lago dell’isola, circondato da una sabbia bianchissima, silicio allo stato puro. È un paesaggio alieno se non fosse per i turisti che affollano le rive per scattarsi l’ennesima fotografia di una visita veramente memorabile.

Si rientra verso le otto di sera, i bambini stanchissimi si addormentano sul traghetto con gli occhi pieni delle cose straordinarie che abbiamo visto quest’oggi. Abbiamo un unico rammarico, se avessimo avuto un nostro fuoristrada avremmo potuto anche noi accamparci lungo le spiagge dell’isola, assaporando quella sensazione di libertà totale che solo luoghi così selvaggi e primordiali riescono ancora a darti.

Ci torneremo e questa volta saremo organizzati a puntino.

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Potete trovare questo articolo anche sul sito di Touring Club Italiano 

Arriviamo a Cusco di primissima mattina, dopo un viaggio di dieci ore in autobus da Arequipa.

Leggerla così, sembrerebbe una cosa da pazzi, in realtà è stato più facile di quanto possa sembrare. Ci eravamo messi d’accordo con il nostro host di Airbnb e con un piccolo sovrapprezzo abbiamo potuto scendere dal bus alle sei del mattino e andare difilato all’appartamento, così da poter recuperare un po’ di sonno.

Il viaggio di dieci ore in bus è stata invece una nuova esperienza, in Sud America vi sono poche ferrovie e per muoversi oltre agli aerei vi sono moltissime compagnie di bus che offrono diversi livelli di servizio. Noi ad esempio abbiamo scelto di viaggiare con una delle compagnie di punta, la Cruz del Sur che offre molti collegamenti effettuati con autobus a due piani con sedili reclinabili fino a 160°, in pratica dei letti viaggianti. Per circa 140€ abbiamo viaggiato tutti e quattro in maniera molto comoda, partendo da Arequipa alle 20 e arrivando a Cusco il mattino dopo, abbastanza puntuali alle 6.

Arrivati a Cusco e recuperato un po’ di sonno nel nostro appartamentino nel centro storico, molto carino anche se un po’ gelido, data l’ondata di freddo intenso che sta attraversando tutto il Sud America, siamo andati ad esplorare il centro storico, partendo da Plaza Des Armas con i suoi splendidi portici. Cusco è stata la capitale dell’impero Inca e poi per molti anni la principale città del dominio spagnolo, prima che gli spagnoli preferissero spostare il centro del potere coloniale a Lima. La città è quindi un sovrapporsi costante di architettura Inca e influenze spagnole, e molti dei principali edifici dell’epoca coloniale sono costruiti con le pietre recuperate dai numerosi siti Inca nella zona. Se Cusco merita una visita di alcuni giorni per esplorare i numerosi siti nei dintorni, è ovvio che l’obiettivo principale di tutti quelli che arrivano qui è di proseguire fino alla mitica Machu Picchu.

Per Martina era una delle tappe “obbligatorie” di questo nostro viaggio intorno al mondo, e quindi siamo andati anche noi a scoprire questa “città perduta”. Diciamo subito che le cose sono un po’ cambiate da quando l’archeologo americano Hiram Bingham ha riscoperto la città nel 1911 grazia all’aiuto di alcuni abitanti della zona che gli parlarono di alcune rovine in mezzo alla foresta sulla cima di una montagna.

Oggi Machu Picchu è il sito turistico più visitato del Sud America, anche se – in teoria – c’è un accesso limitato a soli 3.000 visitatori al giorno, la nostra impressione è che ce ne fossero molti di più, e tutta l’economia locale gira intorno al turismo generato dalla mitica città, per cui non aspettatevi prezzi economici, anzi se il Perù è in generale abbastanza economico, Machu Picchu è l’eccezione che conferma la regola.

COME ARRIVARE A MACHU PICCHU

Si inizia con il viaggio da Cusco ad Aguas Calientes la piccola cittadina alle falde del monte su cui sorge Machu Picchu. Vi sono due opzioni, o arrivare con il treno in circa 3 ore, oppure avventurarsi con qualche pulmino per un viaggio piuttosto scomodo che può durare anche 8 ore. Noi abbiamo scelto la prima opzione, non ce la siamo sentita di affrontare le strade dissestate con i bambini, e abbiamo viaggiato con la Peru Rail che offre un collegamento di lusso con vagoni panoramici e rinfresco a bordo, pagando 330€ complessivi. Ad onor del vero è anche colpa nostra che ci siamo mossi un po’ tardi per prenotare questi biglietti, dovendo quindi “accontentarci” di quello che rimaneva disponibile, muovendosi prima avremmo forse risparmiato un centinaio di euro.

Proprio per il nostro ritardo nel prenotare i biglietti, il ritorno era disponibile solo da Aguas Calientes fino a Ollyantytambo una cittadina ad una settantina di chilometri da Cusco. Uno stop imprevisto che invece si è rivelata una piacevole esperienza. Questo tratto di viaggio è costato 170€ a cui vanno aggiunti i 20€ per il driver che dà Ollyantytambo ci ha riportato a Cusco, attraversando gli altopiani andini in circa un’ora e mezza. Sia per la visita alle rovine di Ollyantytambo sia per i paesaggi attraversati ritornando a Cusco, ci sentiremmo di raccomandare una sosta in questa cittadina. Vi è poi una terza opzione, quella di incamminarsi lungo l’Inca Trail, un percorso che in tre giorni porta da Cusco fino alla Porta del Sole da cui si accede a Machu Picchu. Numerose agenzie a Cusco si offrono di organizzare questo trekking che sembra essere veramente molto affascinante.

AGUAS CALIENTES, IL PAESE A VALLE

Aguas Calientes è incastrata in mezzo alla valle del fiume Urubamba e probabilmente senza Machu Picchu non esisterebbe neppure. È un coacervo abbastanza confuso di ristoranti, alberghi, hostal e negozi di souvenir. Unica nota di interesse sono i bagni termali, da cui il nome della cittadina, che noi non abbiamo provato ma che sono raccomandati per riprendersi dalle fatiche della visita a Machu Picchu. Per dormire, dato che è raccomandato di programmare almeno una notte ad Aguas Calientes, altrimenti la visita a Machu Picchu diventa un vero tour de forse, avevamo prenotato in uno dei tanti Hostal spendendo 50€ per aver servizi minimi e abbastanza spartani. Ovviamente vi sono tutti i tipi di alberghi, anche i lussuosi cinque stelle.

Per visitare Machu Picchu è necessario prenotare la visita con qualche mese di anticipo, dato il numero contingentato di 3.000 visitatori al giorno, noi avevamo provveduto dall’Italia utilizzando il sito ufficiale http://www.machupicchu.gob.pe/ e spendendo 70€ a testa per adulto, mentre i bambini non pagano fino ai dodici anni. Per raggiungere l’ingresso di Machu Picchu che è in cima alla montagna si possono utilizzare gli shuttle che partono ogni cinque minuti e costano 10€ per gli adulti e 7€ per i bambini, oppure salire a piedi su un sentiero che corre incrociandosi con la strada asfaltata, è circa un’ora e mezza di camminata, ma la difficoltà non è data tanto dalla lunghezza del percorso di 4 km, quanto dall’ascesa in altitudine dato che si raggiungono i 2.400 slm all’ingresso del sito archeologico, a cui si aggiunge l’umidità di questa zona di giungla semi-tropicale.

Con Martina abbiamo scelto di percorrere il sentiero in discesa, scendendo da Machu Picchu per tornare al paese sottostante, anche se sotto una fastidiosa pioggerellina è stata una bellissima camminata padre-figlia. Laura con il più piccolo Tommaso ha optato per il ritorno con lo shuttle, a causa della lunga coda, il percorso a piedi si è rivelato più veloce del comodo passaggio con la navetta.

LA VISITA A MACHU PICCHU

O si è esperti archeologi o visitare Machu Picchu senza una guida è un autentico delitto, non si capirebbe quasi nulla di questo eccezionale sito, perfettamente conservato ma che senza una spiegazione appare come un semplice villaggio abbarbicato su una montagna. Ci siamo aggregati ad un gruppo di visita in lingua spagnola con Yliana una guida esperta, spendendo circa 30€. Forse in questo caso avremmo dovuto spendere qualcosa in più e richiedere una guida personale, perché Yliana – ma così quasi tutte le guide che abbiamo incrociato – pur essendo disponibile e spiegando abbastanza bene tutte le caratteristiche del sito aveva la tendenza ad accelerare per terminare la visita in un paio d’ore.

Un peccato, anche perché verso il termine della nostra visita ha iniziato a piovere molto forte e non abbiamo avuto quindi il coraggio di tornare sui nostri passi per esplorare con più calma qualche angolo di questa straordinaria città-santuario. Anche perché la calma e la contemplazione sono una merce rara a Machu Picchu, tutto il sito è letteralmente invaso di turisti alla ricerca dell’inquadratura perfetta per l’ennesimo selfie, e solo uscendo dei percorsi principali si può provare a ricercare un’atmosfera più autentica con la vista sulla valle sottostante, provando ad immaginare come doveva essere la vita su questa montagna.

Probabilmente molta più calma la si può trovare salendo sulla montagna Wayna Picchu, l’iconografica cima ripresa in quasi tutte le viste di Machu Picchu, sulla quale vi era un posto di avvistamento. Per salire su questa cima vi sono solo 400 posti disponibili al giorno, divisi in due gruppi alle 8 e alle 11 del mattino, ed anche questa visita la si deve prenotare con largo anticipo, ripagati – così dice chi ci è stato – da una vista incredibile sul sito e sulle montagne circostanti.

Machu Picchu ci ha lasciato quindi sentimenti contrastante, da una parte c’è sicuramente l’ammirazione per chi ha saputo costruire questa città, che è stata utilizzata probabilmente solo per pochi decenni e poi abbandonata per ragioni ancora misteriose. Una città ricca di fascino che si rifà alla trilogia incaica con i suoi templi e sulla cui reale funzione il dibattito è ancora aperto. Santuario? Ritiro estivo dei re Inca? Ultimo baluardo sulle montagne? Oggi è sicuramente un sito affascinante, ma che ripropone con forza tutti i limiti del turismo di massa, con un sovraffollamento ai limiti della praticabilità e che rende veramente difficile al viaggiatore provare ad immergersi nell’anima più autentica di questa meraviglia dell’umanità.

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Uyuni, il mare bianco

Se vi chiedessero quali sono i 10 luoghi al mondo che vorreste assolutamente visitare cosa rispondereste?

Io alcuni posti della mia personale “bucketlist”, così la chiamano i veri travelblogger, sono già riuscita a vederli ma non avrei mai immaginato di inserire, in questa lista il Salar de Uyuni in Bolivia.

Isla Incahuasi

Bandiere nell’hotel di sale

 

 

 

 

 

 

 

Originariamente, quando Daniele ed io abbiamo iniziato a programmare il nostro viaggio, l’idea era di prendere  un aereo da La Paz direttamente per Santiago del Cile saltando completamente la Bolivia. Fortunatamente i consigli di alcuni amici ci hanno fatto cambiare idea ed alla fine abbiamo deciso di fermarci per una tappa in uno dei luoghi più incredibili al mondo, il Salar de Uyuni, il deserto di sale più grande della terra.

La prima cosa che ho fatto quando mio marito mi ha proposto di attraversare il deserto di sale con un fuori strada è stata quella di digitare velocemente sulla tastiera del pc “Salar de Uyuni”. Sono stata allora colpita dalle immagini di una distesa bianca infinita che contrasta con il cielo azzurrissimo, foto di viaggiatori sorridenti che sperimentano prospettive insolite e l’immagine dal satellite di una distesa di sale di oltre 10.000 km2 eredità di un primordiale mare salato interno al sud America.

Confesso che poi ho iniziato a leggere le numerose recensioni dei viaggiatori che già erano stati in questo posto fuori dal mondo. E’ da qui che la mia ansia di mamma italiana è iniziata a salire, perché per andare da Uyuni fino a San Pedro de Atacama, in Cile, l’unico mezzo è affidarsi ad un tour che in due o tre giorni attraversa il deserto di una delle aree più remote della Bolivia.

La prima preoccupazione è stata per i bambini. Mi sono chiesta se quest’esperienza non sarebbe stata troppo difficile, per le ore da trascorrere in macchina, per l’altitudine, per il freddo e per il fatto che le strutture in cui avremmo dormito sarebbero state poco più che rifugi.

Alla fine una volta arrivati ad Uyuni abbiamo iniziato a girare per agenzie, tutte propongono lo stesso pacchetto, ma capire quali siano affidabili non è semplice. Grazie ad un incontro fortuito con un’altra coppia di italiani abbiamo conosciuto l’agenzia Sol y Andino Expediciones che ci è parsa seria ed affidabile, qualità indispensabili per la mia tranquillità e la sicurezza dei bambini.

Abbiamo scelto il tour di tre giorni e due notti, con la possibilità di visitare il primo giorno il Salar con il suo museo del Hotel di Sal, la bellissima isola di Incahuasi, un’oasi di terra e cactus in mezzo ad un mare di sale bianco, per poi ammirare il tramonto nel mezzo del deserto. Il secondo giorno, seguendo una pista che correva affianco ad una remota ferrovia, ci siamo spinti fino al confine con il Cile per ammirare il vulcano Ollague e la sua fumarola sempre attiva ed abbiamo continuato fino ad una serie di lagune dove abbiamo potuto ammirare i bellissimi fenicotteri andini. Per noi abituati a vedere questi splendidi uccelli nelle calde acque delle lagune del Mediterraneo è stata una sorpresa trovarli ad oltre 4000 metri in acque gelide. Dopo una breve pausa pranzo siamo risaliti sul nostro fuoristrada  per attraversare il deserto Siloli e poter ammirare il famoso Arbol de Piedra, una formazione di pietra a forma di albero frutto dell’erosione del vento sulla roccia.

La “Laguna Colorada” all’interno della Riserva Nazionale di Fauna Andina Eduardo Avaroa, è stata l’ultima tappa della giornata, prima di arrivare al Refugio Laguna Colorada, dove abbiamo passato una notte al fresco, con circa 8-10° in camera, ma grazie a sacchi a pelo e maglie termiche, abbiamo resistito senza troppi patemi.

Al mattino del terzo ed ultimo giorno la sveglia è suonata molto presto. Ore 5.00. Con un poco di fatica siamo riusciti ad uscire dai nostri letti, e dopo una buona tazza di caffè caldo siamo ripartiti con destinazione Gayser de Sol de Manana a 4850metri. Arrivare ai Gayser è stata un’avventura, a causa delle abbondanti nevicate la strada, che di per sé è già una pista di sabbia, era impraticabile e la nostra guida ha seguito piste secondarie, regalandoci emozioni di cui forse avrei fatto volentieri a meno.

Sarà stato l’orario della sveglia, la pista con il fuoristrada cercata nella neve o forse il freddo ma i gayser non sono stati proprio l’attrazione che mi ha colpito di più.

Per riprendersi del freddo intenso ad una mezz’ora dai gayser si trovano le piscine termali di Aguas Calientes dove sia mio marito sia i bambini si sono ristorati in queste acque calde. Ammetto di essere stata troppo freddolosa per spogliarmi e tuffarmi.

Eravamo alla fine del viaggio, sulla strada verso il confine tra Bolivia e Cile abbiamo avuto ancora la possibilità di ammirare la laguna verde e la laguna bianca ai piedi del vulcano Licancabur, ma ormai eravamo in dogana, la nostra avventura era finita.

Dopo aver esplicato le formalità doganali, abbiamo incontrato il transfer per San Pedro de Atacama organizzato dalla nostra agenzia e abbiamo salutato Michael il nostro driver. Grazie a lui il nostro tour è stato bellissimo e la sua capacità alla guida mi ha dato tutta la serenità per affrontare questa avventura in un luogo così remoto.

Un grande complimento devo farlo ai miei bambini che sono stati bravissimi, non si sono lamentati ed hanno affrontato freddo e sveglie ancor prima dell’alba senza troppi problemi. Ora siamo pronti per nuove avventure.

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Galleggiando sul lago

Arriviamo a Puno con l’autobus da Cusco di notte.

In realtà non è proprio notte, sono le quattro di pomeriggio, ma la pioggia e pure un po’ di nevischio rendono il pomeriggio, scuro e plumbeo come se fossero le nove di sera. 

Tommaso tutto orgoglioso davanti al nostro autobus un po’ innevato.

Fuori dal terminal dei bus ci sono 7-8 gradi, fa freddo e nessuno ci crede che questa dovrebbe essere la stagione secca.

Questa volta ho paura di aver fatto il passo più lungo della gamba, non ho prenotato né un hotel, né un ostello, ho scelto qualcosa di diverso, perché la nostra idea del viaggio è anche provare ad uscire dalla nostra zona di confort. In questo Airbnb aiuta, propone sempre anche delle soluzioni fuori dal comune, ma forse prenotando su un’isola galleggiante con questo tempo, non sono uscito dalla zona di confort, ho proprio sconfinato.

Appena incontro Felix il nostro host, lo prendo da una parte e nel mio spagnolo arrabattato gli parlo in maniera secca, ho un po’ di dubbi sulla mia scelta, gli chiedo se è sicuro, se il lago per via del tempo non è ingrossato e pericoloso, se insomma, i bambini staranno bene.

Ha capito perfettamente, mi sorride, e mi dice che ha un bimbo della stessa età di Tommy, non mi devo preoccupare.

Questioni di sicurezza superate; meglio così, andiamo tutti e cinque (noi quattro e Felix) al porto di Puno, dove a causa del maltempo non si muove una barca, e dopo un paio di minuti stiamo già navigando verso le isole galleggianti. È mezz’ora di viaggio ma sembra di entrare in un altro mondo, si passa tra canneti sempre più fitti, che mi ricordano il delta del Po e di quelle volte che sono andato ad “esplorarlo” con mio padre. Ad un certo punto finiscono i canneti ed il lago è calmissimo, una tavola, entriamo in un ampio canale e a perdita d’occhio, sia a destra, sia a sinistra ecco le isole galleggianti della comunità Uros.

Le isole Uros e le loro tipiche imbarcazioni.

Felix ci spiega che in tutto gli Uros sono 2500 e abitano su 95 isole, sono nuclei famigliari ampli che condividono ogni singola isola e ne fanno una manutenzione comune.

Fratelli, zie e cugini stanno tutti assieme, fino a quando qualcuno non si stanca, prende la sega e si stacca il suo pezzo di isola, e si sposta dove più gli piace e inizia ad ampliare la propria isoletta utilizzando nuovi strati di “totora”, la canna che per questo persone è la fonte di sostentamento, cibo, materiale da costruzione e mille altre cose.

In pochi minuti arriviamo all’isola di Felix e dalla sua famiglia, da poco più di un anno, hanno realizzato sei alloggi (di totora) per ospitare fino ad una quindicina di persone. Al lodge Sol y Luna quando arriviamo è ormai sceso il buio, la sensazione di camminare sulle canne di totora è strana, un po’ si affonda e un po’ si saltella, si intravede poco dell’isola (non saranno più di 600 metri quadrati), andiamo subito nella sala comune a prendere un mate caldo e qualche biscotto. Nella sala si arriva a fatica a 12°, fuori fa più freddo, se Laura è preoccupata non lo dà a vedere. La nostra camera è una delle capanne più grandi, dopotutto siamo in quattro, e secondo me è anche una delle meglio allestite, Felix quando ha capito che saremmo arrivati con due bambini ha cercato di alloggiarci al meglio.

Si mangia presto. Marisol la moglie di Felix e sua madre, cucinano in una capanna dedicata, l’unica in cui c’è un fuoco, su un’isola fatta di canne basta poco per avere un incendio. Mangiamo in maniera molto semplice ma ottima, con un bel brodo ci riscaldiamo e alle 8 siamo pronti per andare a dormire. Prima di coricarci ci danno quattro bottiglie piene di acqua bollente, saranno benedette per tutta la notte, le infiliamo nelle coperte e stiamo al caldo. La notte al freddo che tanto ci preoccupava è superata in un attimo.

Al mattino, con il sole, è tutta un’altra cosa. È bellissimo, siamo in mezzo al lago da una parte il canale con le altre isole, dall’altra un canneto che si spande a perdita d’occhio, dove gli Uros vanno a cacciare le anatre e a raccogliere la totora. E al tempo degli spagnoli, si spostavano all’interno e così si nascondevano. È un posto strano, è difficile pensare che 2500 persone vivano su queste isole, però invece Felix e la sua famiglia ci spiegano che sono una comunità vera, con la scuola, l’asilo e la chiesa. Ovviamente tutte galleggianti, il piccolo Axel, il figlio di Felix va all’asilo in barca e gioca con gli altri bambini su una piattaforma. Con Tommaso e Martina, Axel lega subito e quando ce ne andremo saranno abbracci e scambi di macchine, anche se vive su un’isola Axel preferisce le macchinine.

L’escursione all’isola di Taquile è un parantesi, a me, a noi, quello che interessa è stare con Felix e la sua famiglia sull’isola. Anche perché ci ha promesso di andare assieme a raccogliere le reti da pesca. Felix ci spiega che ha due reti, una piccola, che è quella che andremo a recuperare che viene utilizzata all’interno del canale, ed una più grande, di quasi un chilometro che viene utilizzato all’interno del bacino maggiore del lago. Arriviamo alla boa e siamo tutti un po’ eccitati, in realtà tutta l’operazione dura pochi minuti, abbiamo recuperato 5 pesci, per gli Uros una buona pesca, a me non sembra, una trota e quattro pescetti piccolini. Scopriamo così che nel Titicaca ci sono molti pesci, comprese le trote introdotte negli anni quaranta, ma restano sempre molto piccoli, quindi per raccogliere molto ci vuole molto lavoro.

Ecco questa è la sintesi della vita degli Uros e dalla loro scelta di vivere in un ambiente così particolare, ci vuole sempre molto lavoro per tutto. L’isola ha bisogno di una manutenzione quotidiana, nuovi strati di Totora devono essere posti ogni giorno, bisogna controllare le ancore che tengono ferma l’isola, altrimenti ci si trova in mezzo al lago, per raccogliere la rete grande ci si sveglia alle 5, e poi si deve barattare il pesce con tutto quello che serve alla vita famigliare, dalla frutta alle attrezzature per sistemare i pannelli solari che danno la luce elettrica a tutto questo microcosmo.

Passiamo qui due giorni, i dubbi e le preoccupazioni sono scomparsi, ci portiamo a casa un’esperienza straordinaria, fuori dal comune. Molti dicono che sia una cosa un po’ da turisti, forse in altri casi può essere vero, però per noi stare insieme a Felix, Marisol, Axel e il resto della famiglia è stata una cosa vera e quell’isola è stata per noi una vera casa.

Se anche tu vuoi conoscere meglio Felix e la sua famiglia puoi seguire il seguente link

https://abnb.me/GFajaFCb0O

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avventure, ispirazioni

Galapagos low cost

Una volta nella vita un viaggio alle Galapagos è nella “bucket list” di molte persone. In questo arcipelago di isole vulcaniche a oltre 1000 chilometri dal sud America, la flora e soprattutto la fauna hanno trovato un paradiso terreste in cui svilupparsi, prosperarsi ed evolvere ognuna su una propria linea, come ebbe ad osservare Charles Darwin.

Il problema è che queste isole sono lontane da quasi tutto, soprattutto dall’Europa ed un soggiorno anche di pochi giorni può arrivare a costare molto… o forse no.

Noi quattro ci abbiamo provato a visitare le Galapagos a modo nostro, cioè in famiglia, cercando una casetta come base delle nostre esplorazioni e scegliendo visite in grado di soddisfare tutti e quattro, senza però spendere una fortuna.

 

Ci siamo riusciti? Lasciamo giudicare a voi, gli amici del Touring Club Italiano ci hanno chiesto di raccontare alcune delle nostre avventure, e la prima tappa sono state le Galapagos, ecco il nostro racconto.

https://www.touringclub.it/notizie-di-viaggio/galapagos-in-famiglia-cosa-vedere-come-risparmiare/immagine/8

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