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Arriba Barranco!

Grazie alla collaborazione con Musement abbiamo potuto vivere un’esperienza straordinaria a Lima

Per scoprire una città ci sono tanti modi. Puoi affidarti ai tour in pullman, in poche ore visiterai i siti più importanti. Puoi chiedere ad una guida professionale di accompagnarti per un giro che ti farà scoprire i più reconditi segreti di ogni pietra della cattedrale. Puoi anche semplicemente andare a zonzo, spesso scopri di meno ma ti diverti di più.

Noi questa volta abbiamo deciso di scoprire un quartiere di Lima, Barranco facendoti guidare da un collettivo di artisti.

La cosa affascinante è che Rushta la nostra “guida/artista” oltre ad essere pittrice e designer, anima del collettivo Detonador è anche nativa di Barranco e per questo con lei abbiamo potuto veramente fare un’esperienza unica.

Ma cominciamo dall’inizio.

Arriviamo davanti alle porte dello spazio collettivo artistico Detonador alle dieci del mattino, e quando ci viene aperta la porta, Tommaso fa rimbombare il suo famoso “WOW È BELLISSIMO” per tutta la zona.

Il cortile di questa ex-fabbrica riutilizzata come laboratorio artistico è infatti un’esposizione di biciclette ricostruite, sculture in movimento alte anche due metri. Per fare una di queste sculture il collettivo ha utilizzato 4 biciclette, un’altra, una specie di triciclo che utilizzeremo anche noi è la sintesi di almeno 3 biciclette e qualche forcella. Insomma, in un secondo siamo stati catapultati nel mood della giornata, tanta creatività e voglia di sperimentare.

Rushta ci presenta alcuni degli artisti del collettivo, Jade Rivera è un muralista, un’artista che usa i muri come tele, è l’autore di molti dei murales che si trovano nel quartiere. Al momento sta lavorando sul concetto della maschera e di come la utilizziamo per nascondere i nostri veri sentimenti e pensieri, e che solo raramente leviamo per far scoprire chi siamo veramente. Ecco forse il viaggio è uno di quei rari momenti, in cui si può uscire dalle convenzioni e tornare ad essere la nostra versione più autentica. In un Paese, il Perù che sta crescendo velocemente, ed in un quartiere che si sta trasformando ancora più velocemente il lavoro di Jose Urteaga “la ilusion del dinero” è molto interessante, perché dopotutto il denaro non potrebbe essere una piastrella decorata? Dopotutto è solo una convenzione. Ovviamente però il lavoro che ha catalizzato l’attenzione di tutti noi sono le enormi biciclette, vero simbolo degli artisti del gruppo Detonador, utilizzate per riflettere sulla mobilità sostenibile in una città, Lima in cui il traffico è caotico 24 ore su ventiquattro.

Rustha e gli altri vedono lo sguardo implorante dei bambini (ed il mio) e in cinque minuti casco in testa e sfrecciamo sul lungomare di Barranco a cavallo di una sorta di triciclo alto due metri, incrociamo qualche runner, ci regala un sorriso, a Barranco sono abituati alle stranezze. Questo immenso triciclo però non è l’opera più grande a cui i ragazzi di Detonador hanno lavorato!

 https://www.youtube.com/watch?v=BHOK4p8OG0c&feature=youtu.be

Tornati alla base, Rustha ha organizzato una sorpresa per i bambini, lavorare l’argilla e dare libero sfogo alla fantasia. Tommaso si mette subito al lavoro, ha già deciso, farà una bicicletta! Martina è più indecisa, ha bisogno che papà si metta a lavorare con lei, sono questi i momenti per cui hai deciso di metterti in viaggio.

Le nostre “opere” sono pronte, versiamo un po’ di gesso, in modo da ottenere una sorta di bassorilievo e per attendere che tutti si asciughi, partiamo in esplorazione del quartiere con Rustha.

Lei è nata proprio qui in una delle vie che incrociamo camminando: a vent’anni ha deciso di andare in Francia a scoprire le radici materne e per specializzarsi in arti visuali. È tornata vent’anni dopo, ed il quartiere era cambiato.

La Bajada de Los Banos è la lunga discesa che porta verso il mare, le case che si affacciano si dividono in due categorie: quelle che sono state ristrutturare ed oggi valgono migliaia di dollari al metroquadrato, e quelle che devono ancora essere ristrutturate, si devono accordare sul prezzo dice con un sorriso Rustha.

È il prezzo che si deve pagare quando un quartiere diventa “alla moda”, aprono gallerie d’arte ed anche gli artisti hanno nuove opportunità ma di contro un po’ dell’anima originaria scivola via. Barranco ha però dalla sua un’identità forte, i murales di Jade e di tanti altri, raccontano il quartiere e riflettono sul Perù multietnico di oggi. Certo fanno da sfondo alle foto dei turisti, ma almeno per un momento ti costringono a pensare.

Ed è proprio questo il valore di questo giro con Rustha, artista e barranquera doc: insieme a lei abbiamo avuto la possibilità non solo di scoprire il quartiere, ma di riflettere sulle trasformazioni moderne.

Non c’è modo migliore per scoprire e capire una città.

 

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Storie

Machu Picchu in famiglia

Potete trovare questo articolo anche sul sito di Touring Club Italiano 

Arriviamo a Cusco di primissima mattina, dopo un viaggio di dieci ore in autobus da Arequipa.

Leggerla così, sembrerebbe una cosa da pazzi, in realtà è stato più facile di quanto possa sembrare. Ci eravamo messi d’accordo con il nostro host di Airbnb e con un piccolo sovrapprezzo abbiamo potuto scendere dal bus alle sei del mattino e andare difilato all’appartamento, così da poter recuperare un po’ di sonno.

Il viaggio di dieci ore in bus è stata invece una nuova esperienza, in Sud America vi sono poche ferrovie e per muoversi oltre agli aerei vi sono moltissime compagnie di bus che offrono diversi livelli di servizio. Noi ad esempio abbiamo scelto di viaggiare con una delle compagnie di punta, la Cruz del Sur che offre molti collegamenti effettuati con autobus a due piani con sedili reclinabili fino a 160°, in pratica dei letti viaggianti. Per circa 140€ abbiamo viaggiato tutti e quattro in maniera molto comoda, partendo da Arequipa alle 20 e arrivando a Cusco il mattino dopo, abbastanza puntuali alle 6.

Arrivati a Cusco e recuperato un po’ di sonno nel nostro appartamentino nel centro storico, molto carino anche se un po’ gelido, data l’ondata di freddo intenso che sta attraversando tutto il Sud America, siamo andati ad esplorare il centro storico, partendo da Plaza Des Armas con i suoi splendidi portici. Cusco è stata la capitale dell’impero Inca e poi per molti anni la principale città del dominio spagnolo, prima che gli spagnoli preferissero spostare il centro del potere coloniale a Lima. La città è quindi un sovrapporsi costante di architettura Inca e influenze spagnole, e molti dei principali edifici dell’epoca coloniale sono costruiti con le pietre recuperate dai numerosi siti Inca nella zona. Se Cusco merita una visita di alcuni giorni per esplorare i numerosi siti nei dintorni, è ovvio che l’obiettivo principale di tutti quelli che arrivano qui è di proseguire fino alla mitica Machu Picchu.

Per Martina era una delle tappe “obbligatorie” di questo nostro viaggio intorno al mondo, e quindi siamo andati anche noi a scoprire questa “città perduta”. Diciamo subito che le cose sono un po’ cambiate da quando l’archeologo americano Hiram Bingham ha riscoperto la città nel 1911 grazia all’aiuto di alcuni abitanti della zona che gli parlarono di alcune rovine in mezzo alla foresta sulla cima di una montagna.

Oggi Machu Picchu è il sito turistico più visitato del Sud America, anche se – in teoria – c’è un accesso limitato a soli 3.000 visitatori al giorno, la nostra impressione è che ce ne fossero molti di più, e tutta l’economia locale gira intorno al turismo generato dalla mitica città, per cui non aspettatevi prezzi economici, anzi se il Perù è in generale abbastanza economico, Machu Picchu è l’eccezione che conferma la regola.

COME ARRIVARE A MACHU PICCHU

Si inizia con il viaggio da Cusco ad Aguas Calientes la piccola cittadina alle falde del monte su cui sorge Machu Picchu. Vi sono due opzioni, o arrivare con il treno in circa 3 ore, oppure avventurarsi con qualche pulmino per un viaggio piuttosto scomodo che può durare anche 8 ore. Noi abbiamo scelto la prima opzione, non ce la siamo sentita di affrontare le strade dissestate con i bambini, e abbiamo viaggiato con la Peru Rail che offre un collegamento di lusso con vagoni panoramici e rinfresco a bordo, pagando 330€ complessivi. Ad onor del vero è anche colpa nostra che ci siamo mossi un po’ tardi per prenotare questi biglietti, dovendo quindi “accontentarci” di quello che rimaneva disponibile, muovendosi prima avremmo forse risparmiato un centinaio di euro.

Proprio per il nostro ritardo nel prenotare i biglietti, il ritorno era disponibile solo da Aguas Calientes fino a Ollyantytambo una cittadina ad una settantina di chilometri da Cusco. Uno stop imprevisto che invece si è rivelata una piacevole esperienza. Questo tratto di viaggio è costato 170€ a cui vanno aggiunti i 20€ per il driver che dà Ollyantytambo ci ha riportato a Cusco, attraversando gli altopiani andini in circa un’ora e mezza. Sia per la visita alle rovine di Ollyantytambo sia per i paesaggi attraversati ritornando a Cusco, ci sentiremmo di raccomandare una sosta in questa cittadina. Vi è poi una terza opzione, quella di incamminarsi lungo l’Inca Trail, un percorso che in tre giorni porta da Cusco fino alla Porta del Sole da cui si accede a Machu Picchu. Numerose agenzie a Cusco si offrono di organizzare questo trekking che sembra essere veramente molto affascinante.

AGUAS CALIENTES, IL PAESE A VALLE

Aguas Calientes è incastrata in mezzo alla valle del fiume Urubamba e probabilmente senza Machu Picchu non esisterebbe neppure. È un coacervo abbastanza confuso di ristoranti, alberghi, hostal e negozi di souvenir. Unica nota di interesse sono i bagni termali, da cui il nome della cittadina, che noi non abbiamo provato ma che sono raccomandati per riprendersi dalle fatiche della visita a Machu Picchu. Per dormire, dato che è raccomandato di programmare almeno una notte ad Aguas Calientes, altrimenti la visita a Machu Picchu diventa un vero tour de forse, avevamo prenotato in uno dei tanti Hostal spendendo 50€ per aver servizi minimi e abbastanza spartani. Ovviamente vi sono tutti i tipi di alberghi, anche i lussuosi cinque stelle.

Per visitare Machu Picchu è necessario prenotare la visita con qualche mese di anticipo, dato il numero contingentato di 3.000 visitatori al giorno, noi avevamo provveduto dall’Italia utilizzando il sito ufficiale http://www.machupicchu.gob.pe/ e spendendo 70€ a testa per adulto, mentre i bambini non pagano fino ai dodici anni. Per raggiungere l’ingresso di Machu Picchu che è in cima alla montagna si possono utilizzare gli shuttle che partono ogni cinque minuti e costano 10€ per gli adulti e 7€ per i bambini, oppure salire a piedi su un sentiero che corre incrociandosi con la strada asfaltata, è circa un’ora e mezza di camminata, ma la difficoltà non è data tanto dalla lunghezza del percorso di 4 km, quanto dall’ascesa in altitudine dato che si raggiungono i 2.400 slm all’ingresso del sito archeologico, a cui si aggiunge l’umidità di questa zona di giungla semi-tropicale.

Con Martina abbiamo scelto di percorrere il sentiero in discesa, scendendo da Machu Picchu per tornare al paese sottostante, anche se sotto una fastidiosa pioggerellina è stata una bellissima camminata padre-figlia. Laura con il più piccolo Tommaso ha optato per il ritorno con lo shuttle, a causa della lunga coda, il percorso a piedi si è rivelato più veloce del comodo passaggio con la navetta.

LA VISITA A MACHU PICCHU

O si è esperti archeologi o visitare Machu Picchu senza una guida è un autentico delitto, non si capirebbe quasi nulla di questo eccezionale sito, perfettamente conservato ma che senza una spiegazione appare come un semplice villaggio abbarbicato su una montagna. Ci siamo aggregati ad un gruppo di visita in lingua spagnola con Yliana una guida esperta, spendendo circa 30€. Forse in questo caso avremmo dovuto spendere qualcosa in più e richiedere una guida personale, perché Yliana – ma così quasi tutte le guide che abbiamo incrociato – pur essendo disponibile e spiegando abbastanza bene tutte le caratteristiche del sito aveva la tendenza ad accelerare per terminare la visita in un paio d’ore.

Un peccato, anche perché verso il termine della nostra visita ha iniziato a piovere molto forte e non abbiamo avuto quindi il coraggio di tornare sui nostri passi per esplorare con più calma qualche angolo di questa straordinaria città-santuario. Anche perché la calma e la contemplazione sono una merce rara a Machu Picchu, tutto il sito è letteralmente invaso di turisti alla ricerca dell’inquadratura perfetta per l’ennesimo selfie, e solo uscendo dei percorsi principali si può provare a ricercare un’atmosfera più autentica con la vista sulla valle sottostante, provando ad immaginare come doveva essere la vita su questa montagna.

Probabilmente molta più calma la si può trovare salendo sulla montagna Wayna Picchu, l’iconografica cima ripresa in quasi tutte le viste di Machu Picchu, sulla quale vi era un posto di avvistamento. Per salire su questa cima vi sono solo 400 posti disponibili al giorno, divisi in due gruppi alle 8 e alle 11 del mattino, ed anche questa visita la si deve prenotare con largo anticipo, ripagati – così dice chi ci è stato – da una vista incredibile sul sito e sulle montagne circostanti.

Machu Picchu ci ha lasciato quindi sentimenti contrastante, da una parte c’è sicuramente l’ammirazione per chi ha saputo costruire questa città, che è stata utilizzata probabilmente solo per pochi decenni e poi abbandonata per ragioni ancora misteriose. Una città ricca di fascino che si rifà alla trilogia incaica con i suoi templi e sulla cui reale funzione il dibattito è ancora aperto. Santuario? Ritiro estivo dei re Inca? Ultimo baluardo sulle montagne? Oggi è sicuramente un sito affascinante, ma che ripropone con forza tutti i limiti del turismo di massa, con un sovraffollamento ai limiti della praticabilità e che rende veramente difficile al viaggiatore provare ad immergersi nell’anima più autentica di questa meraviglia dell’umanità.

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avventure, Storie

Uyuni, il mare bianco

Se vi chiedessero quali sono i 10 luoghi al mondo che vorreste assolutamente visitare cosa rispondereste?

Io alcuni posti della mia personale “bucketlist”, così la chiamano i veri travelblogger, sono già riuscita a vederli ma non avrei mai immaginato di inserire, in questa lista il Salar de Uyuni in Bolivia.

Isla Incahuasi

Bandiere nell’hotel di sale

 

 

 

 

 

 

 

Originariamente, quando Daniele ed io abbiamo iniziato a programmare il nostro viaggio, l’idea era di prendere  un aereo da La Paz direttamente per Santiago del Cile saltando completamente la Bolivia. Fortunatamente i consigli di alcuni amici ci hanno fatto cambiare idea ed alla fine abbiamo deciso di fermarci per una tappa in uno dei luoghi più incredibili al mondo, il Salar de Uyuni, il deserto di sale più grande della terra.

La prima cosa che ho fatto quando mio marito mi ha proposto di attraversare il deserto di sale con un fuori strada è stata quella di digitare velocemente sulla tastiera del pc “Salar de Uyuni”. Sono stata allora colpita dalle immagini di una distesa bianca infinita che contrasta con il cielo azzurrissimo, foto di viaggiatori sorridenti che sperimentano prospettive insolite e l’immagine dal satellite di una distesa di sale di oltre 10.000 km2 eredità di un primordiale mare salato interno al sud America.

Confesso che poi ho iniziato a leggere le numerose recensioni dei viaggiatori che già erano stati in questo posto fuori dal mondo. E’ da qui che la mia ansia di mamma italiana è iniziata a salire, perché per andare da Uyuni fino a San Pedro de Atacama, in Cile, l’unico mezzo è affidarsi ad un tour che in due o tre giorni attraversa il deserto di una delle aree più remote della Bolivia.

La prima preoccupazione è stata per i bambini. Mi sono chiesta se quest’esperienza non sarebbe stata troppo difficile, per le ore da trascorrere in macchina, per l’altitudine, per il freddo e per il fatto che le strutture in cui avremmo dormito sarebbero state poco più che rifugi.

Alla fine una volta arrivati ad Uyuni abbiamo iniziato a girare per agenzie, tutte propongono lo stesso pacchetto, ma capire quali siano affidabili non è semplice. Grazie ad un incontro fortuito con un’altra coppia di italiani abbiamo conosciuto l’agenzia Sol y Andino Expediciones che ci è parsa seria ed affidabile, qualità indispensabili per la mia tranquillità e la sicurezza dei bambini.

Abbiamo scelto il tour di tre giorni e due notti, con la possibilità di visitare il primo giorno il Salar con il suo museo del Hotel di Sal, la bellissima isola di Incahuasi, un’oasi di terra e cactus in mezzo ad un mare di sale bianco, per poi ammirare il tramonto nel mezzo del deserto. Il secondo giorno, seguendo una pista che correva affianco ad una remota ferrovia, ci siamo spinti fino al confine con il Cile per ammirare il vulcano Ollague e la sua fumarola sempre attiva ed abbiamo continuato fino ad una serie di lagune dove abbiamo potuto ammirare i bellissimi fenicotteri andini. Per noi abituati a vedere questi splendidi uccelli nelle calde acque delle lagune del Mediterraneo è stata una sorpresa trovarli ad oltre 4000 metri in acque gelide. Dopo una breve pausa pranzo siamo risaliti sul nostro fuoristrada  per attraversare il deserto Siloli e poter ammirare il famoso Arbol de Piedra, una formazione di pietra a forma di albero frutto dell’erosione del vento sulla roccia.

La “Laguna Colorada” all’interno della Riserva Nazionale di Fauna Andina Eduardo Avaroa, è stata l’ultima tappa della giornata, prima di arrivare al Refugio Laguna Colorada, dove abbiamo passato una notte al fresco, con circa 8-10° in camera, ma grazie a sacchi a pelo e maglie termiche, abbiamo resistito senza troppi patemi.

Al mattino del terzo ed ultimo giorno la sveglia è suonata molto presto. Ore 5.00. Con un poco di fatica siamo riusciti ad uscire dai nostri letti, e dopo una buona tazza di caffè caldo siamo ripartiti con destinazione Gayser de Sol de Manana a 4850metri. Arrivare ai Gayser è stata un’avventura, a causa delle abbondanti nevicate la strada, che di per sé è già una pista di sabbia, era impraticabile e la nostra guida ha seguito piste secondarie, regalandoci emozioni di cui forse avrei fatto volentieri a meno.

Sarà stato l’orario della sveglia, la pista con il fuoristrada cercata nella neve o forse il freddo ma i gayser non sono stati proprio l’attrazione che mi ha colpito di più.

Per riprendersi del freddo intenso ad una mezz’ora dai gayser si trovano le piscine termali di Aguas Calientes dove sia mio marito sia i bambini si sono ristorati in queste acque calde. Ammetto di essere stata troppo freddolosa per spogliarmi e tuffarmi.

Eravamo alla fine del viaggio, sulla strada verso il confine tra Bolivia e Cile abbiamo avuto ancora la possibilità di ammirare la laguna verde e la laguna bianca ai piedi del vulcano Licancabur, ma ormai eravamo in dogana, la nostra avventura era finita.

Dopo aver esplicato le formalità doganali, abbiamo incontrato il transfer per San Pedro de Atacama organizzato dalla nostra agenzia e abbiamo salutato Michael il nostro driver. Grazie a lui il nostro tour è stato bellissimo e la sua capacità alla guida mi ha dato tutta la serenità per affrontare questa avventura in un luogo così remoto.

Un grande complimento devo farlo ai miei bambini che sono stati bravissimi, non si sono lamentati ed hanno affrontato freddo e sveglie ancor prima dell’alba senza troppi problemi. Ora siamo pronti per nuove avventure.

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Galleggiando sul lago

Arriviamo a Puno con l’autobus da Cusco di notte.

In realtà non è proprio notte, sono le quattro di pomeriggio, ma la pioggia e pure un po’ di nevischio rendono il pomeriggio, scuro e plumbeo come se fossero le nove di sera. 

Tommaso tutto orgoglioso davanti al nostro autobus un po’ innevato.

Fuori dal terminal dei bus ci sono 7-8 gradi, fa freddo e nessuno ci crede che questa dovrebbe essere la stagione secca.

Questa volta ho paura di aver fatto il passo più lungo della gamba, non ho prenotato né un hotel, né un ostello, ho scelto qualcosa di diverso, perché la nostra idea del viaggio è anche provare ad uscire dalla nostra zona di confort. In questo Airbnb aiuta, propone sempre anche delle soluzioni fuori dal comune, ma forse prenotando su un’isola galleggiante con questo tempo, non sono uscito dalla zona di confort, ho proprio sconfinato.

Appena incontro Felix il nostro host, lo prendo da una parte e nel mio spagnolo arrabattato gli parlo in maniera secca, ho un po’ di dubbi sulla mia scelta, gli chiedo se è sicuro, se il lago per via del tempo non è ingrossato e pericoloso, se insomma, i bambini staranno bene.

Ha capito perfettamente, mi sorride, e mi dice che ha un bimbo della stessa età di Tommy, non mi devo preoccupare.

Questioni di sicurezza superate; meglio così, andiamo tutti e cinque (noi quattro e Felix) al porto di Puno, dove a causa del maltempo non si muove una barca, e dopo un paio di minuti stiamo già navigando verso le isole galleggianti. È mezz’ora di viaggio ma sembra di entrare in un altro mondo, si passa tra canneti sempre più fitti, che mi ricordano il delta del Po e di quelle volte che sono andato ad “esplorarlo” con mio padre. Ad un certo punto finiscono i canneti ed il lago è calmissimo, una tavola, entriamo in un ampio canale e a perdita d’occhio, sia a destra, sia a sinistra ecco le isole galleggianti della comunità Uros.

Le isole Uros e le loro tipiche imbarcazioni.

Felix ci spiega che in tutto gli Uros sono 2500 e abitano su 95 isole, sono nuclei famigliari ampli che condividono ogni singola isola e ne fanno una manutenzione comune.

Fratelli, zie e cugini stanno tutti assieme, fino a quando qualcuno non si stanca, prende la sega e si stacca il suo pezzo di isola, e si sposta dove più gli piace e inizia ad ampliare la propria isoletta utilizzando nuovi strati di “totora”, la canna che per questo persone è la fonte di sostentamento, cibo, materiale da costruzione e mille altre cose.

In pochi minuti arriviamo all’isola di Felix e dalla sua famiglia, da poco più di un anno, hanno realizzato sei alloggi (di totora) per ospitare fino ad una quindicina di persone. Al lodge Sol y Luna quando arriviamo è ormai sceso il buio, la sensazione di camminare sulle canne di totora è strana, un po’ si affonda e un po’ si saltella, si intravede poco dell’isola (non saranno più di 600 metri quadrati), andiamo subito nella sala comune a prendere un mate caldo e qualche biscotto. Nella sala si arriva a fatica a 12°, fuori fa più freddo, se Laura è preoccupata non lo dà a vedere. La nostra camera è una delle capanne più grandi, dopotutto siamo in quattro, e secondo me è anche una delle meglio allestite, Felix quando ha capito che saremmo arrivati con due bambini ha cercato di alloggiarci al meglio.

Si mangia presto. Marisol la moglie di Felix e sua madre, cucinano in una capanna dedicata, l’unica in cui c’è un fuoco, su un’isola fatta di canne basta poco per avere un incendio. Mangiamo in maniera molto semplice ma ottima, con un bel brodo ci riscaldiamo e alle 8 siamo pronti per andare a dormire. Prima di coricarci ci danno quattro bottiglie piene di acqua bollente, saranno benedette per tutta la notte, le infiliamo nelle coperte e stiamo al caldo. La notte al freddo che tanto ci preoccupava è superata in un attimo.

Al mattino, con il sole, è tutta un’altra cosa. È bellissimo, siamo in mezzo al lago da una parte il canale con le altre isole, dall’altra un canneto che si spande a perdita d’occhio, dove gli Uros vanno a cacciare le anatre e a raccogliere la totora. E al tempo degli spagnoli, si spostavano all’interno e così si nascondevano. È un posto strano, è difficile pensare che 2500 persone vivano su queste isole, però invece Felix e la sua famiglia ci spiegano che sono una comunità vera, con la scuola, l’asilo e la chiesa. Ovviamente tutte galleggianti, il piccolo Axel, il figlio di Felix va all’asilo in barca e gioca con gli altri bambini su una piattaforma. Con Tommaso e Martina, Axel lega subito e quando ce ne andremo saranno abbracci e scambi di macchine, anche se vive su un’isola Axel preferisce le macchinine.

L’escursione all’isola di Taquile è un parantesi, a me, a noi, quello che interessa è stare con Felix e la sua famiglia sull’isola. Anche perché ci ha promesso di andare assieme a raccogliere le reti da pesca. Felix ci spiega che ha due reti, una piccola, che è quella che andremo a recuperare che viene utilizzata all’interno del canale, ed una più grande, di quasi un chilometro che viene utilizzato all’interno del bacino maggiore del lago. Arriviamo alla boa e siamo tutti un po’ eccitati, in realtà tutta l’operazione dura pochi minuti, abbiamo recuperato 5 pesci, per gli Uros una buona pesca, a me non sembra, una trota e quattro pescetti piccolini. Scopriamo così che nel Titicaca ci sono molti pesci, comprese le trote introdotte negli anni quaranta, ma restano sempre molto piccoli, quindi per raccogliere molto ci vuole molto lavoro.

Ecco questa è la sintesi della vita degli Uros e dalla loro scelta di vivere in un ambiente così particolare, ci vuole sempre molto lavoro per tutto. L’isola ha bisogno di una manutenzione quotidiana, nuovi strati di Totora devono essere posti ogni giorno, bisogna controllare le ancore che tengono ferma l’isola, altrimenti ci si trova in mezzo al lago, per raccogliere la rete grande ci si sveglia alle 5, e poi si deve barattare il pesce con tutto quello che serve alla vita famigliare, dalla frutta alle attrezzature per sistemare i pannelli solari che danno la luce elettrica a tutto questo microcosmo.

Passiamo qui due giorni, i dubbi e le preoccupazioni sono scomparsi, ci portiamo a casa un’esperienza straordinaria, fuori dal comune. Molti dicono che sia una cosa un po’ da turisti, forse in altri casi può essere vero, però per noi stare insieme a Felix, Marisol, Axel e il resto della famiglia è stata una cosa vera e quell’isola è stata per noi una vera casa.

Se anche tu vuoi conoscere meglio Felix e la sua famiglia puoi seguire il seguente link

https://abnb.me/GFajaFCb0O

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Ansia pre-partenza

Mai vista la casa così spaziosa. Tolti i libri, i quadri e le foto, rimangono solo i muri bianchi ed i mobili vuoti.

Ci siamo quasi, poco più di 48 ore e la nostra grande avventura comincerà per davvero. E’ iniziato tutto un anno fa, un’idea un po’ pazza e complice un week end a Londra, abbiamo fatto un salto da un’agenzia specializzata e da quel primo itinerario tutto inventato, ora abbiamo impacchettato tutto e siamo pronti per partire.

Laura in camera sta facendo una delle sue magie, ha piegato la fisica al suo volere, e sta riuscendo a mettere 15 t-shirt, 7 camicette, 4 pantaloni e 2 giacche in 5 centimetri cubici. Lei dice che è tutto merito delle sacche da viaggio che ti aiutano a comprimere i vestiti. Sarà… la mia preoccupazione è ora il peso di questa magia, già mi immagino lo stiramento del bicipite a cercare di recuperare la valigia dal tapis roulant che mica rallenta, né ti aspetta.

I bambini hanno trascorso qualche giorni con i nonni, in maniera democratica prima con i nonni paterni e poi con quelli materni, che qua si gestiscono queste politiche famigliari che neanche all’Assemblea Generale dell’Onu, figurarsi poi avvicinandosi la partenza, tutto è dosato per limitare le crisi diplomatiche, che altrimenti i suddetti nonni fanno partire le artigliere dei sensi di colpa, e finisce che ti senti come un bruto che manderà i propri figli a lavorare nelle miniera di salgemma.

Ed io, che dopo aver inscatolato gli ultimi dieci anni di vita e averli riposti in box, mi trovo a scrivere queste righe per condividere, che sì un po’ di ansia inizia a montare per davvero. Facile fare lo splendido, sbandierare sorrisi di circostanza ed una sicumera da politico navigato, qui il timore monta, sottile, sottile ma intanto si insinua e ti costringe e chiederti se è davvero la migliore idea che hai mai avuto.
Intendiamoci, indietro non si torna, nessuno si aspetti che venerdì noi non si salga su quel volo per Londra e poi verso il Sud America. Soltanto che qualche domanda te la devi pur fare, dopotutto molliamo tutto, e per un anno saremo solo noi quattro, senza mai aver un posto da chiamare casa…

Con le ultime cose da chiudere queste righe sono rimaste sospese fin dopo la partenza, mi ritrovo ora a rileggerle mentre siamo in volo verso gli Stati Uniti, con le prime ventiquattro ore della nostra avventura che sono ormai già dietro di noi e la sensazione che abbiamo incominciato qualcosa di un po’ complicato ma meraviglioso.
Vedremo cosa ci aspetterà nei giorni.

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La goccia che scava la montagnaIn evidenza

A casa nostra funziona sempre il proverbio “la goccia che scava la montagna”.
Le richieste dei bambini sono gocce che prima o poi scavano una falla nella diga delle tue affermazioni categoriche.
Così come prima o poi la richiesta ripetuta e gentile di sistemare il box, prima o poi ti porta a sistemare il box anche se ti eri ripromesso che non sarebbe mai avvenuto e Laura avrebbe potuto chiedertelo per sempre.

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